La discarica da balcone

Questo post ha a che vedere con il cibo.
In un certo senso.
Più che altro con gli scarti, del cibo. Con quello che rimane dopo che abbiamo cucinato.
Con la spazzatura, in pratica.

Dovete sapere che nel nostro quartiere la raccolta differenziata… non si fa. Nonostante questo, sono anni che noi separiamo il vetro dal resto dei rifiuti, quanto meno per alleggerire il peso inconscio della vergogna. Negli ultimi mesi poi, frequentando amici che vivono in quartieri dove invece la differenziata è già obbligatoria, il senso di imbarazzo è cresciuto talmente che adesso, oltre al vetro, separiamo anche carta e plastica. E conserviamo gli olii vegetali invece di gettarli nel water (anche se la nostra amica Dile, laureata in ingegneria ambientale ci dice che i depuratori hanno appositi filtri proprio per gli olii in sospensione e che quindi in mare i residui di frittura non ci finiscono, nonostante i media affermino il contrario).

Forti di questa nostra accresciuta responsabilità e sensibilità verso il corretto smaltimento dei rifiuti, verso la fine di aprile abbiamo persino osato l’inosabile: abbiamo cominciato a compostare in balcone l’umido vegetale che normalmente finiva insieme al resto dell’indifferenziata.
Come sistema di compostaggio abbiamo utilizzato quello a 3 vasi sovrapposti, seguendo le istruzioni e le indicazioni del sito indiano (!) dailydump. A distanza di tre mesi ed esaminando l’intera operazione con obiettività, possiamo dire che compostare in balcone è possibile, a patto di considerare tale attività alla stregua di un hobby e non di un “dovere”.

Il compostaggio domestico è infatti paragonabile ad avere l’hobby degli acquari, in pratica. Beh, sì. Più o meno.
Devi stare attento a sminuzzare le bucce e ogni altro scarto vegetale che va in compostiera; devi prenderti cura dell’ammasso in putrefazione e nutrirlo quotidianamente, accertandoti che sia sempre ben areato ed umido; devi controllarne il ph e correggerlo se diventa troppo acido (col bicarbonato o la cenere); devi bilanciarne il contenuto di carbonio (con le foglie secche o  la segatura); devi tenere sotto controllo l’eventuale prolificazione di moscerini ed altri insetti simili. Insomma, è un’attività che richiede una decina di minuti di attenzione al giorno e che solo se ci si appassiona – se diventa un hobby, appunto – può essere portata avanti nel lungo periodo.

Però, rispetto al prendersi cura di un paio di tartarughe acquatiche o di un gruppo di pesci tropicali, il compostaggio domestico ha di buono almeno tre aspetti:

  • puoi partire quando ti pare, anche per una settimana, e al ritorno trovarlo sostanzialmente in buona salute. Provate a farlo con le tartarughe o i pesci rossi, senza i dispenser automatici di cibo…;
  • non richiede energia elettrica;
  • ogni tre mesi in cambio dei tuoi scarti di frutta e verdura ottieni una secchiata di ottimo compost pronto per l’uso (che noi regaleremo ai nostri amici con giardino o terrazze fiorite)

L’aspetto negativo invece è che bisogna mettere in conto di avere a che fare con un processo naturale che implica la presenza di batteri e funghi, che attira e produce un certo numero di larve ed innocui moscerini (in numero davvero minimo se il procedimento viene seguito secondo le regole, ma per esserci ci sono), e che nella fase iniziale non è affatto gradevole da vedere (all’inizio sembra una macedonia andata a male, poi il tutto diventa di un più rassicurante color terriccio…).

Se superate questi piccoli scogli (Clara ce l’ha fatta, anche se rifiuta di avvicinarsi ai vasi…) e riuscite ad appassionarvi, allora il compost sul balcone, che poi è quello più complicato da gestire, diventa un’attività sostenibile (ma sì, usiamo pure noi questo termine abusatissimo) oltre che ecologica.